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Stretching: quando serve, quando non serve e quando può essere dannoso

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Lo stretching è una delle abitudini più radicate nel mondo dello sport e della palestra. Per anni è stato considerato indispensabile prima dell’allenamento, utile per prevenire gli infortuni e necessario dopo ogni seduta.

Negli ultimi vent’anni, però, la ricerca ha ridimensionato molte di queste convinzioni. Il punto non è stabilire se lo stretching sia utile o inutile in assoluto, ma capire quale tipo di stretching usare, in quale momento e con quale obiettivo.

Usare lo stretching nel momento sbagliato può non portare benefici e, in alcuni casi, può persino ridurre forza, potenza e qualità dell’allenamento.

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Tipi di stretching

Per comprendere davvero quando lo stretching serve, bisogna distinguere le principali modalità di esecuzione.

Stretching statico

Lo stretching statico consiste nel portare un muscolo in allungamento e mantenere la posizione per un periodo variabile, di solito tra 15 e 60 secondi.

È il classico stretching eseguito da seduti cercando di raggiungere le punte dei piedi, oppure in piedi portando il tallone verso il gluteo.

Il suo effetto principale è il miglioramento del range di movimento nel lungo periodo, se praticato con regolarità. Tuttavia, se eseguito subito prima dell’allenamento, soprattutto per tempi prolungati, può ridurre temporaneamente forza e potenza muscolare.

Stretching dinamico

Lo stretching dinamico prevede movimenti controllati e ripetuti che portano le articolazioni attraverso il loro range di movimento.

Esempi comuni sono:

  • slanci delle gambe;
  • circonduzioni delle braccia;
  • rotazioni del bacino;
  • movimenti di mobilità attiva.

Questo tipo di stretching è più adatto al riscaldamento pre-allenamento, perché prepara muscoli, articolazioni e sistema nervoso al gesto atletico senza ridurre la performance.

Stretching PNF

Lo stretching PNF, o facilitazione neuromuscolare propriocettiva, combina contrazioni isometriche e allungamenti passivi.

È una tecnica avanzata, spesso utilizzata in ambito fisioterapico o nello sport di alto livello, perché può migliorare rapidamente la mobilità. Tuttavia, richiede competenza, controllo e spesso il supporto di un partner o di un professionista.

Per questo motivo non è la soluzione più indicata per chi si allena da solo senza una preparazione specifica.

Stretching statico prima dell’allenamento

Uno degli errori più comuni è eseguire stretching statico prolungato prima dell’allenamento.

La ricerca ha mostrato che mantenere posizioni statiche per oltre 60 secondi per gruppo muscolare, subito prima di una sessione intensa, può ridurre la forza massimale, la potenza esplosiva e la velocità.

Il motivo è legato a due possibili effetti:

  • riduzione temporanea della rigidità muscolo-tendinea;
  • minore attivazione neuromuscolare.

In pratica, il muscolo risulta meno pronto a produrre forza in modo rapido ed efficace.

Per questo motivo, lo stretching statico lungo non è la scelta migliore prima di esercizi di forza, sprint, salti o allenamenti ad alta intensità.

Cosa fare prima dell’allenamento

Prima di una seduta in palestra o di un allenamento sportivo è più utile seguire un riscaldamento progressivo.

Una buona sequenza può includere:

  • 5-8 minuti di attività aerobica leggera;
  • esercizi di stretching dinamico mirati;
  • serie leggere dell’esercizio principale;
  • movimenti specifici per le articolazioni coinvolte.

Ad esempio, prima di squat e affondi possono essere utili slanci controllati delle gambe e mobilità dell’anca. Prima di un allenamento per la parte alta, invece, sono più indicati circonduzioni delle braccia, rotazioni del tronco e serie leggere di spinta o tirata.

Lo stretching statico, in questa fase, dovrebbe essere limitato a pochi secondi e usato solo per gestire tensioni specifiche.

Quando lo stretching statico serve

Lo stretching statico diventa realmente utile quando l’obiettivo è migliorare la flessibilità e il range di movimento nel tempo.

Il contesto ideale non è subito prima dell’allenamento di forza, ma in una sessione separata. Può essere svolto la sera, nei giorni di recupero o in momenti dedicati alla mobilità.

Per ottenere risultati servono costanza e progressione. Una singola seduta produce effetti limitati, mentre una pratica regolare per settimane può migliorare la mobilità articolare e ridurre la sensazione di rigidità.

Stretching dopo l’allenamento

Lo stretching post-allenamento è molto diffuso, ma spesso gli vengono attribuiti benefici che non sono così certi.

Non sembra accelerare in modo significativo il recupero muscolare, né eliminare i DOMS, cioè i dolori muscolari che possono comparire nelle 24-48 ore successive all’allenamento.

Può però essere utile per:

  • favorire un ritorno graduale alla calma;
  • ridurre la percezione di tensione muscolare;
  • creare una routine di chiusura dell’allenamento;
  • contribuire, se praticato con costanza, al lavoro di mobilità.

Quindi lo stretching dopo l’allenamento non è inutile, ma non va considerato uno strumento miracoloso per recuperare più velocemente.

Quando lo stretching può essere dannoso

Lo stretching può diventare controproducente quando viene eseguito nel momento sbagliato o con intensità eccessiva.

I casi più comuni sono:

  • stretching statico lungo prima di allenamenti di forza o potenza;
  • allungamenti aggressivi su muscoli freddi;
  • posizioni forzate mantenute oltre il proprio controllo;
  • tecniche avanzate come il PNF eseguite senza competenza;
  • stretching intenso in presenza di dolore acuto o infortunio.

In questi casi il rischio è ridurre la performance, irritare i tessuti o peggiorare una condizione già presente.

Conclusioni

Lo stretching non è né indispensabile né inutile: dipende da come viene usato.

Lo stretching dinamico è la scelta migliore prima dell’allenamento. Lo stretching statico è utile soprattutto per migliorare la mobilità nel lungo periodo, meglio se inserito in sessioni dedicate. Dopo l’allenamento può avere valore come routine di rilassamento, ma non deve essere considerato una soluzione per prevenire dolori o accelerare il recupero.

La differenza non la fa lo stretching in sé, ma il momento in cui viene eseguito, la durata e l’obiettivo per cui lo si utilizza.

Tags: mobilità articolareriscaldamento pre allenamentostretching
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