Una valanga ha spezzato la vita di Ueli K., icona dello snowboard internazionale, travolto mentre sciava fuoripista con un amico sulle nevi del Vallese, in Svizzera. La tragedia si è consumata il 13 gennaio, intorno a mezzogiorno, quando un’enorme massa di neve si è staccata improvvisamente, seppellendolo.
Il suo compagno di escursione si è salvato, mentre per Ueli non c’è stato nulla da fare: è stato estratto vivo ma in condizioni disperate, ed è deceduto poche ore dopo all’ospedale. La notizia ha sconvolto il mondo degli sport invernali, che piange oggi non solo un campione, ma un simbolo di coraggio e passione per la montagna.
La valanga improvvisa e l’intervento disperato dei soccorsi
Il distacco della valanga è avvenuto in una zona tanto affascinante quanto insidiosa. In pochi secondi, Ueli è stato inghiottito dalla neve, dando il via a una frenetica corsa contro il tempo. Sono stati mobilitati tre elicotteri di Air Zermatt e decine di soccorritori, ma le condizioni estreme e la profondità della neve hanno reso difficili le operazioni.
Dopo il ritrovamento, il campione è stato trasportato prima all’ospedale di Visp e poi trasferito a Sion, dove i medici hanno tentato l’impossibile. Ma le ferite erano troppo gravi: la sua vita si è spenta poche ore dopo, lasciando un vuoto immenso.
Dalla medaglia olimpica alla leggenda: la carriera di Ueli K.
Classe 1975, Ueli era nato sul lago di Thun, e aveva scritto la storia dello snowboard svizzero fin dagli esordi. La sua consacrazione arrivò con la medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Nagano 1998, nella prima edizione olimpica della disciplina. Quel podio segnò l’ingresso dello snowboard tra gli sport globali, trasformandolo da fenomeno di nicchia a realtà sportiva di massa.
Successivamente, Ueli dominò nello snowboard cross, salendo sul podio in Coppa del Mondo e agli X Games, ma fu soprattutto la sua visione ad allargare i confini dello sport: acrobazie, video, progetti sperimentali, tutto ciò che potesse unire sport, arte e natura.
Un uomo di valori, non solo un campione
Chi lo conosceva lo descriveva come un uomo umile, generoso, profondamente legato alla natura. La sua passione per il freeride non gli ha mai impedito di promuovere la sicurezza in montagna, diventando anche un punto di riferimento per le nuove generazioni.
Lascia una moglie e due figli, oltre a una comunità sportiva che lo considerava un mentore e un amico. I social si sono riempiti di tributi, immagini delle sue leggendarie discese e messaggi carichi di commozione.




