Due turisti stranieri sono stati denunciati per aver tentato di rubare reperti storici dal sito archeologico di Pompei. Gli episodi, distinti ma ravvicinati, si sono verificati nel corso dell’ultima settimana e hanno riacceso i riflettori sulla sicurezza del parco archeologico più visitato d’Italia.
Il primo episodio ha coinvolto un turista polacco di 40 anni, fermato all’uscita di piazza Esedra con frammenti e cocci nello zaino, raccolti nei pressi dell’Anfiteatro. Alla richiesta di spiegazioni, l’uomo ha dichiarato di non sapere che il gesto fosse illegale.
Pochi giorni dopo, un turista statunitense è stato sorpreso in via delle Ginestre mentre raccoglieva pietre storiche. A dare l’allarme è stato un visitatore, che ha avvisato una guardia giurata: i Carabinieri, intervenuti prontamente, hanno recuperato i reperti e identificato l’uomo, che si è giustificato affermando: “Volevo portarle a casa come ricordo, per la mia collezione.”
I reperti restituiti alla direzione del Parco
In entrambi i casi, gli oggetti sottratti sono stati restituiti alla direzione del Parco archeologico di Pompei. I militari dell’Arma dei Carabinieri hanno sottolineato l’efficacia della collaborazione tra personale di sicurezza, vigilanza e forze dell’ordine, fondamentale per contrastare i tentativi di furto di materiale storico.
Un episodio simile era già avvenuto nell’agosto scorso, quando un turista scozzese era stato trovato in possesso di sei frammenti di pietra e un mattone provenienti dagli scavi.
Ricordiamo che, secondo l’articolo 625 del Codice penale italiano, il furto di beni culturali è un reato aggravato, punibile con la reclusione da due a sei anni e una multa fino a 1.500 euro.
Il mito della maledizione di Pompei
Nel tempo, attorno ai furti nel sito archeologico di Pompei si è sviluppata una leggenda popolare: quella della cosiddetta “maledizione di Pompei”.
Si racconta che chi sottrae reperti dal sito venga colpito da sfortuna, malattie o disgrazie familiari. Numerosi oggetti trafugati sono stati restituiti spontaneamente nel corso degli anni, spesso accompagnati da lettere di scuse.
Un caso emblematico è quello di una turista canadese, che nel 2020 ha rispedito al sito dei manufatti rubati 15 anni prima, spiegando che da allora lei e i suoi cari erano stati perseguitati da gravi problemi economici e di salute.




