Una serata come tante si è trasformata in un incubo per un giornalista milanese, aggredito e derubato alla stazione ferroviaria di Villapizzone, alla periferia nord di Milano, mentre rientrava a casa dopo il turno in redazione. Vittima di un’azione coordinata da parte di un gruppo di giovanissimi di origine nordafricana, il cronista ha raccontato l’accaduto con lucidità, denunciando un modus operandi che, secondo quanto riferito anche da alcuni testimoni, sarebbe ormai all’ordine del giorno.
Dinamica dell’aggressione
Il fatto è avvenuto sabato sera su un treno di rientro da Milano Lancetti. Durante il breve tragitto, il giornalista ha notato movimenti sospetti da parte di alcuni ragazzi che si muovevano con fare strategico lungo le carrozze: cambi di direzione improvvisi, sguardi insistenti e manovre di accerchiamento, dettagli che a chi frequenta quotidianamente i mezzi pubblici milanesi non sono nuovi.
Poco prima della discesa, uno dei membri del gruppo si è avvicinato fino a sfiorarlo. In pochi attimi, gli ha afferrato il collo e strappato una collanina d’oro di grande valore affettivo. Tentando di inseguire l’aggressore, il giornalista è stato colpito con un pugno dietro l’orecchio da un complice, mentre altri membri della gang lo circondavano sulla banchina. Tornato sul treno per recuperare la borsa, ha trovato a terra un pezzo della collanina.
Un’azione studiata nei dettagli
Nel tentativo di recuperare anche l’altro frammento della catenina, l’uomo si è trovato faccia a faccia con un altro membro del gruppo, che ha infilato una mano in tasca in modo minaccioso, probabilmente pronto a colpire. “È stato l’unico momento in cui ho avuto veramente paura”, ha ammesso. Fortunatamente, la situazione non è degenerata ulteriormente: il cronista si è allontanato e il gruppo è fuggito.
Nonostante l’altezza imponente della vittima – un metro e novanta – i malviventi hanno scelto ugualmente di colpire: “Sapevano di potersi permettere un’azione simile perché probabilmente armati”, ha dichiarato, sottolineando quanto questi soggetti abbiano consapevolezza dell’impunità che li protegge.
L’indifferenza dettata dalla paura
A colpire maggiormente il giornalista è stato il clima di paura percepito tra i presenti: nessuno è intervenuto, nemmeno per restituire il frammento della collana rimasto a terra. “Erano tutte donne, impaurite all’idea di essere viste a raccogliere qualcosa che apparteneva alla refurtiva”, ha raccontato. Una testimone, straniera, gli ha poi confidato: “Questi lo fanno tutte le sere”.
Professionisti della microcriminalità
Secondo il racconto, l’obiettivo dei giovani aggressori non era il telefono, né il portafogli, entrambi più facilmente visibili e raggiungibili. La scelta è ricaduta su un oggetto difficile da notare ma evidentemente mirato: un segno, per il giornalista, della professionalità criminale del gruppo. “Sanno esattamente cosa cercare e come agire”, ha affermato, rammaricato per l’accaduto ma fortunatamente non in gravi condizioni fisiche.
Un sistema senza conseguenze
Il caso riaccende i riflettori su un problema ormai ricorrente nelle periferie urbane e sui mezzi pubblici, dove baby gang agiscono con sicurezza, protette da una sostanziale impunità. Anche in presenza di denunce, spesso i responsabili vengono fermati solo per poche ore prima di tornare a delinquere negli stessi luoghi.
Una dinamica che, ancora una volta, lascia spazio a senso di insicurezza, rassegnazione e sfiducia nella giustizia, mentre la città continua a fare i conti con una microcriminalità sempre più organizzata.




