Per l’Italia fuori dal Mondiale non si tratta più di un episodio eccezionale, ma di una realtà che comincia ad assumere i contorni della normalità. La terza esclusione consecutiva dalla Coppa del Mondo segna un punto ancora più doloroso rispetto alle precedenti, perché cancella anche l’effetto sorpresa: non è più una catastrofe imprevedibile, ma una ferita che si riapre con inquietante regolarità.
Se questo scenario verrà confermato anche nei prossimi anni, nel 2030 saranno trascorsi 16 anni dall’ultima partecipazione dell’Italia a un Mondiale. Un dato che racconta meglio di qualsiasi commento la profondità della crisi. Per la prima volta, inoltre, un’intera generazione rischia di diventare maggiorenne senza aver mai visto la Nazionale azzurra giocare una fase finale del torneo più importante.
Un’illusione durata troppo poco
Eppure, per lunghi tratti, sembrava che la serata potesse indirizzarsi verso un finale diverso. Il gol di Kean, il sesto consecutivo con la maglia azzurra, aveva riacceso entusiasmo e fiducia. Una striscia significativa, impreziosita da un parallelismo simbolico con Gigi Riva, anche lui legato a quel numero 11 che nell’immaginario italiano pesa come una responsabilità e un’eredità.
In quel momento si erano riaccese le speranze, insieme alle immagini di un’estate da vivere inseguendo il Mondiale 2026, tra amici, partite da seguire e maglie azzurre indossate con orgoglio. Sensazioni che il calcio italiano non provava da troppo tempo e che sembravano annunciare la fine di una lunga attesa.
Il crollo nel momento decisivo
La partita, però, ha cambiato volto all’improvviso. L’espulsione di Bastoni, arrivata in un momento delicatissimo, ha lasciato l’Italia in dieci uomini e ha complicato irrimediabilmente il cammino. Da lì in avanti, la Nazionale ha provato a resistere aggrappandosi a ciò che storicamente ha rappresentato il suo marchio di fabbrica: solidità difensiva, sacrificio e un grande portiere.
La resistenza azzurra ha permesso alla squadra di restare in piedi fino ai rigori, alimentando ancora una volta la speranza di poter ribaltare il destino. In mezzo alla sofferenza, sono arrivati anche segnali incoraggianti da alcuni protagonisti, come Palestra e Pio Esposito, capaci di offrire energia, carattere e persino un richiamo emotivo a figure storiche del passato azzurro.
I rigori non salvano più l’Italia
Per anni i rigori sono stati, nel bene e nel male, un simbolo della storia italiana. Hanno consegnato trionfi memorabili e scritto alcune delle pagine più intense del calcio azzurro. Questa volta, però, non è bastato nemmeno quel rifugio emotivo e tecnico che in altre epoche aveva premiato la Nazionale.
Il verdetto finale è stato durissimo: Gattuso e i suoi giocatori hanno lasciato il campo in lacrime, con la consapevolezza di aver mancato un obiettivo che per il calcio italiano dovrebbe essere il minimo indispensabile. Cercare alibi, compresi eventuali episodi arbitrali, serve a poco di fronte a una realtà più netta: in questa sfida la Bosnia si è dimostrata superiore.
La crisi della Nazionale è diventata strutturale
L’aspetto più preoccupante non è soltanto l’eliminazione in sé, ma la sensazione che il problema sia ormai diventato strutturale. Ogni volta il dibattito si riapre sugli stessi temi: la tecnica, la formazione, il livello del sistema, la crescita dei giovani. E ogni volta il calcio italiano sembra rimandare una soluzione vera, senza riuscire a interrompere il ciclo negativo.
È proprio questo a rendere la terza esclusione la più pesante di tutte. Non soltanto perché arriva dopo due precedenti fallimenti, ma perché certifica che la crisi dell’Italia non è più un incidente di percorso. È un’abitudine pericolosa, che rischia di cambiare il rapporto stesso tra gli italiani e la loro Nazionale.
La peggiore delle apocalissi azzurre
La terza Apocalisse azzurra è la più amara perché arriva dopo le altre due e ne amplifica il senso. Non c’è più spazio per lo stupore, soltanto per una presa d’atto dolorosa: l’Italia, una delle grandi potenze storiche del calcio mondiale, sta vivendo un declino che non può più essere liquidato come una parentesi.
Ed è proprio questa normalizzazione del fallimento a fare più male di tutto il resto. Non soltanto la mancata qualificazione, ma l’idea che vedere l’Italia assente dal Mondiale stia diventando, stagione dopo stagione, qualcosa di quasi previsto.




